Le grandi lezioni della Resistenza

Intervista a Francesco Ricci
In occasione del 25 aprile, pubblichiamo questa intervista già pubblicata lo scorso anno sulla nostra rivista teorica Trotskismo oggi in occasione dell’ottantesimo anniversario.
Incontriamo Francesco Ricci, direttore di Trotskismo oggi e della rivista teorica della Lit – Quarta Internazionale, Marxismo Vivo, autore di libri, articoli e saggi sulla storia del movimento operaio in generale e di alcuni studi sulla Resistenza italiana.
Francesco, vorremmo con te cercare di analizzare alcuni passaggi della Resistenza, evento storico fondamentale del movimento operaio. Cominciamo da questo: pensi che ci sia ancora qualcosa da dire su una vicenda di cui quest'anno festeggiamo l'ottantesimo anniversario?
Sì, sicuramente c'è ancora molto da dire. La storia del movimento operaio, delle sue lotte, cioè la storia degli ultimi due secoli è sistematicamente falsificata, in particolare dalla borghesia che ha bisogno di espungere ogni traccia delle rivoluzioni, per evitare che i proletari apprendano da vittorie e sconfitte a fare nuove rivoluzioni. In generale le rivoluzioni sono cancellate o presentate come eventi unici, frutto del caso o comunque di circostanze irripetibili. Questo lavorio delle classi dominanti attorno alla storia è continuo e per esso impiegano una parte considerevole della loro forza e dei loro denari, ponendo al lavoro i loro intellettuali, la loro stampa, le loro case editrici, le scuole, eccetera.
Per questo la storia non va lasciata agli storici e di essa devono cibarsi militanti e attivisti, operai e giovani. È in effetti questo uno dei compiti principali che si pone questa rivista fin dalla sua nascita: contribuire a diffondere la conoscenza della nostra storia e soprattutto dei suoi insegnamenti.
Aggiungiamo che se tutta la storiografia delle rivoluzioni riceve questo trattamento, cioè viene soffocata dall'ideologia dominante, la storia della Resistenza è tra le vicende più falsificate perché su di essa, da ottant'anni, si accaniscono non solo le classi dominanti – che continuano a tremare pensando a quei fatti lontani – ma anche i loro agenti: i dirigenti riformisti, stalinisti e socialdemocratici, che a quei tempi contribuirono a tradire la rivoluzione operaia e oggi contribuiscono a seppellirla sotto uno spesso strato di falsificazioni. Basta fare un giro in una libreria per rendersene conto: la gran parte dei libri su questo tema sono libri che raccontano un'altra storia, che non ha nulla a che fare con la vicenda reale.
Comincerei dando una definizione sintetica della Resistenza, cioè di quella lotta che va dal 1943 al 1945, con ulteriori code fino al 1948. La Resistenza fu tre cose: primo, una rivoluzione guidata dagli operai; secondo, un movimento egemonizzato dai comunisti; terzo, una lotta in cui la maggioranza dei partecipanti, operai industriali, braccianti agricoli, e studenti, si batteva avendo come obiettivo il socialismo, quale che fosse l'idea che ciascuno di questi – in gran maggioranza giovani e giovanissimi – avesse del socialismo.
Domanda: già con questa prima definizione della Resistenza, con l'enunciare questi suoi tre elementi costitutivi, iniziamo a capire perché si continua a falsificarla. Iniziamo allora dal primo punto della tua definizione: una Resistenza guidata dagli operai. Cosa intendi dire? E quale fu il reale coinvolgimento quantitativo? Cioè fu un fenomeno di massa o, come spesso si sente dire e si legge, riguardò in realtà pochi a cui si assommeranno per opportunismo i tanti che, secondo la vulgata, «erano stati fascisti fino al giorno prima»?
Parlando del primo elemento, già incontriamo la prima e più clamorosa delle falsificazioni, che consiste nell'affermazione, ripetuta fino alla nausea anche in queste settimane persino da molti storici in tante trasmissioni televisive sul 25 aprile, secondo cui a liberare il Paese dagli occupanti tedeschi e dai fascisti sarebbero state le truppe alleate. Ciò in combinazione con una crisi interna del regime e col presunto rinsavimento della monarchia. Si fa riferimento al fatto che queste truppe dal luglio '43, a partire dalla Sicilia, iniziano una lentissima risalita della penisola, che durerà quasi due anni per arrivare al nord del Paese. Mentre per quanto riguarda il regime, a quella riunione del Gran consiglio del fascismo che destituisce Mussolini che il re fa arrestare e sostituisce con Badoglio, ufficiale fascista, sterminatore nella cosiddetta Abissinia (l'Etiopia). A lui il re affida la costruzione di un nuovo governo. Il tentativo della borghesia, della monarchia e della Chiesa, che fu uno dei puntelli del fascismo, era quello di mantenere il controllo della situazione. Sostituire Mussolini salvando lo Stato borghese.
Gli scioperi operai
Ma di cosa avevano paura?
Il timore delle classi dominanti era suscitato dagli scioperi operai contro la guerra e contro il carovita. Scioperi che da subito avevano nel mirino non solo il regime mussoliniano ma anche la borghesia, a partire dalle famiglie Agnelli e Pirelli, che ne era stata complice e che aveva visto moltiplicati i suoi profitti nel Ventennio.
Gli scioperi erano iniziati già nel marzo del 1943 alla Fiat Mirafiori, a Torino, che concentrava all'epoca oltre 20 mila operai, e in cui attuava un nucleo di un'ottantina di militanti del Pci, che furono l'anima della lotta. Da lì gli scioperi si estendono rapidamente a Milano, alla Falck, alla Pirelli, eccetera, e quindi a Genova e in tutto il nord.
Ricordiamo poi che all'inizio di settembre del 1943 il governo firma l'armistizio con gli anglo-americani. È il famigerato 8 settembre, che vede il re e il governo scappare al sud, in Puglia, mentre lo Stato borghese si sgretola e i generali fuggono preferendo cedere le armi ai tedeschi piuttosto che vederle cadere in mano agli operai.
Sì, e l'Italia risulta divisa in due. Al sud Badoglio e il re, con le truppe anglo-americane, mentre al centro-nord, fino alla parte settentrionale della Campania, si forma la cosiddetta Repubblica di Salò, con a capo Mussolini che nel frattempo le truppe tedesche avevano liberato, e con l'arrivo di nuove truppe tedesche a rinforzo di questo «nuovo» regime. Nel frattempo, dal novembre del '43 c'è una nuova ondata di scioperi al nord, e poi ancora nella primavera del '44. Nel marzo di quell'anno abbiamo così il più grande sciopero in un Paese occupato, uno sciopero generale prolungato dall'1 all'8 marzo. Che viene fronteggiato da una repressione durissima, con migliaia di arresti e di operai deportati in Germania.
Ma torniamo alla seconda parte della tua domanda e cioè: la Resistenza fu un fenomeno di pochi o di massa? Come tutti i processi rivoluzionari fu iniziato da un'avanguardia, effettivamente. Ma poi si ingrossò nei mesi successivi e in realtà non avrebbe potuto abbattere il regime mussoliniano e mettere in fuga le truppe occupanti di Hitler se non avesse coinvolto, a vari livelli, una crescente massa di lavoratori e giovani.
Chi ha liberato l'Italia
Puoi dare qualche cifra?
Sì, può essere utile per capire di cosa stiamo parlando. I primissimi ad imbracciare le armi sono poche centinaia, si calcola circa 1500 combattenti. Ma già a fine del '43 sono cresciuti a 10 mila, per moltiplicarsi e diventare nell'estate del '44 oltre 80 mila e arrivare nella primavera del '45 a comprendere grossomodo 200 – 250 mila attivi. Questo con fasi alterne, momenti di calo, di contrazione, e altri di crescita. Ma a questi numeri dobbiamo, come dicevo, sommare tutti coloro che in vari modi appoggiarono, parteciparono ad azioni di boicottaggio o di supporto logistico, diedero cioè una qualche forma di contributo alla lotta, a partire dall'aiuto logistico.
Riprendo queste cifre dai ben documentati libri di Chiara Colombini e di Santo Peli, di cui daremo gli estremi nella bibliografia.
Dicevi che furono i partigiani gli artefici della liberazione del Paese dalle truppe tedesche e dai repubblichini.
Sì, gli storici onesti lo affermano da sempre. Sono i fatti: tutte le grandi città del nord si sono liberate da sé, ben prima dell'arrivo delle truppe alleate. Per dare un'idea: nella primavera del '45 furono ben 125 le città insorte. A partire da tutte le grandi città che citavamo prima dove c'era stato un protagonismo operaio fin dagli scioperi della primavera del '43, e cioè Torino, Milano, Genova.
Il ruolo egemone dei comunisti
Veniamo al secondo punto della tua definizione: hai detto che la Resistenza fu egemonizzata dai comunisti, però spesso si sente dire che parteciparono molte e diverse correnti, dai comunisti ai liberali e persino i monarchici.
Sì, questa è un'altra delle principali falsificazioni, basata su una mezza verità... e quindi su una mezza falsità.
Anche qui i numeri ci aiutano a fare chiarezza. Per quanto si tratti di cifre approssimative, perché ovviamente non esistevano registri, e si basano su ricostruzioni fatte a posteriori, con alcune differenze di calcolo nei diversi studi, ci sono ordini di grandezza riconosciuti dalla stragrande maggioranza degli storici. Mi riferisco sempre agli storici onesti, ovviamente, non a quelli interessati solo a perpetuare il falso.
Le cifre sono queste: le brigate dirette dal Pci erano le Garibaldi, e il Pci organizzava inoltre i Gap, cioè i Gruppi di Azione Patriottica, che attuavano nelle città, e le Sap, Squadre di Azione Patriottica, che facevano azioni di boicottaggio, l'insieme di queste forze assommava al 50% degli effettivi. Al secondo posto troviamo le brigate di Giustizia e Libertà, dirette dai militanti del Partito d'Azione, fondato dai Rosselli, Parri, eccetera, che sono pari al 20% dei partigiani. Il 10% è composto dalle brigate Matteotti, cioè quelle animate dal Partito Socialista. Aggiungiamo poi alcune grandi formazioni comuniste in dissenso col Pci, collocate alla sua sinistra, su cui poi torneremo. Togliendo dal totale la somma di queste brigate partigiane, resta poi una piccola minoranza di brigate dirette da cattolici, liberali e anche sparute brigate monarchiche.
Arriviamo così al terzo punto della tua definizione sintetica: la maggioranza dei partigiani si batteva per un ideale socialista. Puoi chiarire questo punto? Aggiungiamo poi una questione collegata: per decenni la storiografia, anche quella di sinistra, ha rifiutato di parlare di «guerra civile», preferendo insistere sulla caratterizzazione della Resistenza come lotta contro l'occupante straniero, tedesco.
Sì, la definizione di «guerra civile» era usata – in senso dispregiativo, dalla destra. Soprattutto la storiografia legata al Pci la rifiutava perché tutta la strategia del gruppo dirigente del Pci, stalinista, era stata, già durante la Resistenza stessa, ridurre questo movimento a un «secondo Risorgimento», cioè a una lotta patriottica degli italiani contro l'invasore tedesco e, certo anche contro il fascismo italiano ma presentato come sostanzialmente subalterno a quello tedesco.
Questo concetto sarà poi sviluppato, in ambito storiografico, da Renzo De Felice, da un certo momento in poi, con la sua monumentale biografia di Mussolini e ad esempio con la famosa Intervista sul fascismo del 1975; e poi ripreso da tutta la sua scuola di storici che tenderà a presentare il fascismo italiano come un cugino bonario di quello tedesco.
A non condividere questa lettura sono stati soprattutto gli storici di sinistra di provenienza non stalinista, in particolare quelli che venivano dal Partito d'Azione o comunque da quella cultura politica.
Il primo a rompere il tabù, a sinistra, fu appunto uno di questi storici, già partigiano, Claudio Pavone, col suo libro del 1991 intitolato Una guerra civile, un libro che suscitò molte polemiche. Pavone veniva dallo stesso ambiente culturale di una sinistra che, a prescindere dalle posizioni politiche riformiste o liberal-socialiste, ci ha dato storici importanti, tutti combattenti partigiani, come Leo Valiani, autore di numerose opere sul socialismo; Alessandro Galante Garrone, uno dei principali esperti del babuvismo e di Buonarroti; o Guido Quazza, autore di opere importanti sulla Resistenza e direttore della Rivista di storia contemporanea, negli anni Settanta e Ottanta.
Questi storici, sostenevano una tesi diversa dalla nostra, e cioè pur riconoscendo che la Resistenza è stata una «guerra civile» e che soggettivamene una larga parte dei militanti aspirava al socialismo, ritengono tuttavia che non c'erano possibilità reali di una rivoluzione socialista vittoriosa, che non c'era cioè una rivoluzione nemmeno in potenza.
Su quest'ultimo aspetto noi sosteniamo l'esatto contrario.
Opinioni a parte, la cosa interessante di questo gruppo di storici è che essendo esterni al Pci non erano ingabbiati nella vulgata stalinista del «secondo Risorgimento».
Un altro partigiano, poi diventato giornalista di fama, proveniente dagli stessi ambienti di G&L, Giorgio Bocca, autore di numerose opere sulla Resistenza, riconosceva ad esempio una questione importante: a prescindere che militassero nelle brigate organizzate dal Pci, o in quelle degli azionisti o del Psi o in altre, la stragrande maggioranza dei partigiani si sentiva «socialista» e soggettivamente lottava pensando di andare oltre, oltre il capitalismo. E quindi non intendeva limitarsi alla cacciata degli occupanti tedeschi e dei fascisti di Salò. Aspiravano, seppure con differenze tra loro, a un rivolgimento sociale completo, socialista.
La «svolta di Salerno»
Quali che fossero le aspirazioni dei partigiani, tuttavia la Resistenza non si concluse con la presa del potere da parte di questi proletari in armi, bensì con la ricostruzione dello Stato borghese e della Repubblica borghese in cui viviamo. Perché?
Perché il corso del fiume fu deviato artificialmente. Ciò che dobbiamo chiederci non è dunque perché la Resistenza non fu una rivoluzione socialista vittoriosa ma, all'inverso, perché e come tutte le potenzialità rivoluzionarie di questa lotta straordinaria furono deviate verso l'esito che sappiamo.
Ciò non avvenne per lo sviluppo della lotta: ma perché la lotta fu interrotta e deformata, a prescindere dalle intenzioni soggettive della maggioranza di chi vi partecipava. Fu la direzione stalinista internazionale, guidata da Stalin e Togliatti, a imporre questa deviazione. E per farlo fu necessario tutto un lavorio non semplice che abitualmente compare nei libri col nome di «svolta di Salerno».
Puoi ricordare in breve che cosa fu?
Dobbiamo dire prima di tutto cosa si pretendeva di dire con questa espressione e poi cosa fu realmente.
Nel marzo del '44 Togliatti, che dopo essere stato l'ispiratore della politica stalinista dell'Internazionale nella Spagna della guerra civile, una politica di massacri contro Poum, anarchici e trotskisti, viveva da anni a Mosca, essendo uno dei principali dirigenti dell'Internazionale stalinizzata, torna in Italia, arrivando appunto a Salerno. Ricopriva il ruolo di principale dirigente, all'estero, del Pci dopo l'arresto di Gramsci, avvenuto nel 1926, e la morte del dirigente sardo, che dopo un decennio di galera era poi morto, prigioniero dei fascisti, ricoverato in una clinica, nel 1937.
Arrivando a Salerno Togliatti, con una serie di circolari e direttive, impose un cambio di linea al suo partito, che come abbiamo visto era la principale direzione della Resistenza.
Secondo la tesi della storiografia stalinista, tesi ripetuta per decenni e ripresa ancora oggi da storici di quella provenienza, seppure oggi diversamente collocati, come per fare un esempio Luciano Canfora o Giuseppe Vacca, quest'ultimo approdato al Pd, Togliatti ebbe una intuizione originale e, istradando il suo partito sulla via della collaborazione con la cosiddetta borghesia progressista, inaugurò una autonoma «via italiana» al socialismo. Una «via democratica», distinta e sempre più distante da quella russa.
Questa è la presentazione della «svolta di Salerno» da parte degli stalinisti di ieri e di oggi. Cosa fu invece realmente?
Nei fatti, scavalcando a destra persino le altre direzioni della sinistra che partecipavano alla lotta partigiana, che mantenevano se non altro la pregiudiziale anti-monarchica, Togliatti sostenne che in questo blocco con la borghesia, contro l'occupante tedesco e i fascisti, bisognava per il momento riconoscere la monarchia e il governo che si era installato nel sud d'Italia, diretto da Badoglio. Si trattava infatti di avanzare in quel «secondo Risorgimento» di cui parlavamo prima, lasciando la lotta per il socialismo e per la dittatura del proletariato, cioè per un governo operaio, a un secondo momento, in un imprecisato futuro.
Come dicevo, per decenni il Pci e la storiografia orientata dal Pci, che fu largamente maggioritaria per quanto riguarda la Resistenza, con le eccezioni dei pochi storici che citavo sopra, ha sostenuto la tesi secondo cui questa sarebbe stata una brillante e autonoma intuizione di Togliatti.
Ma fin dall'epoca i trotskisti hanno confutato questa ricostruzione e da anni, cioè da dopo il crollo dello stalinismo e l'apertura degli archivi russi, abbiamo le prove che non ci sbagliavamo.
Se non bastasse una lettura storica complessiva, ci sono anche prove specifiche che dimostrano che la «svolta di Salerno» fu in realtà elaborata e decisa a Mosca e che la stessa linea fu trasmessa, di ritorno in Italia, da Togliatti anche per il Pcf che pure era impegnato nella Resistenza in Francia.
L'ordine era chiaro: non è il momento di fare rivoluzioni, si tratta di ricostruire lo Stato borghese, il resto si vedrà in seguito. Tradotto: bisogna impegnare il partito perché la Resistenza non si trasformi in rivoluzione socialista.
Facevi riferimento a una documentazione che smentisce l'idea di una svolta autonoma.
Sì, premesso che non era necessario aspettare i documenti per comprenderlo, era sufficiente conoscere lo svolgersi della politica imposta dall'Internazionale stalinizzata, da trent'anni abbiamo prove documentali, per quanto la maggioranza degli storici continui a ripetere la cantilena della «via italiana» eccetera.
Oggi sappiamo da vari documenti, tra cui il diario di Dimitrov, che nella notte del 3 marzo del 1944, a Mosca, si tenne una riunione per discutere di una proposta elaborata da Dimitrov, il segretario del Comintern stalinizzato. A quella riunione segreta parteciparono tre persone soltanto: Stalin, Togliatti e Molotov, vice-presidente russo. È lì che si decise la linea che Togliatti avrebbe dovuto portare in Italia per riorientare il partito e i partigiani. Nella stessa riunione si decise anche l'ingresso del Pci nel governo del re, il governo Badoglio. E Togliatti ricoprì l'incarico di ministro tanto nel secondo governo Badoglio, così come fu persino vice-presidente in uno dei successivi governi Bonomi.
Ma perché Togliatti e la direzione stalinista non volevano che la Resistenza seguisse il suo corso di rivoluzione socialista e perché si impegnarono attivamente per impedirlo?
Fin dall'epoca, e poi la stessa falsità è stata ripetuta per decenni dal Pci e anche dai suoi eredi, e ancora è affermata con sicurezza da molti, Togliatti avrebbe semplicemente fatto un esercizio di «realpolitik», sapendo che una rivoluzione era impossibile. In verità, come vedremo tra poco, se c'è qualcosa che non appariva per niente realistico in quei mesi era appunto evitare una rivoluzione socialista in Italia. Non solo perché, come abbiamo visto, non era questo l'intendimento della maggioranza del movimento partigiano, ma anche perché le stesse classi dominanti nemmeno speravano di poter evitare una rivoluzione che era già in marcia. Mai avrebbero pensato di trovare nella direzione del Pci un alleato in grado di evitare la loro catastrofe.
Però facciamo un passo indietro. Ricordiamo che Togliatti oltre a non essere un «innovatore» in rottura con Stalin, era al contrario insieme a Stalin uno dei tre o quattro principali dirigenti internazionali della casta burocratica stalinista. E fin dalla prima affermazione dello stalinismo nella battaglia contro l'opposizione trotskista, si era prontamente allineato con i vincitori. Come ebbe a dire Pietro Tresso, segretario organizzativo del Pcd'I nei primi anni prima della deriva stalinista, Togliatti era uno «con la schiena flessibile», un opportunista. Dopo il quasi immediato allineamento con Stalin, proprio grazie alla sua fedeltà alla burocrazia moscovita, aveva fatto carriera. A lui fu affidato il compito, come dicevo, di sterminare le opposizioni allo stalinismo in Spagna. Sempre a lui fu assegnata la propaganda dei famigerati Processi di Mosca, apertisi nel 1936, in cui furono condannati e poi uccisi tutti i dirigenti della Rivoluzione bolscevica sopravvissuti alle precedenti purghe staliniste. Quei processi il cui principale imputato era Lev Trotsky, la cui sentenza di condanna a morte venne eseguita nel 1940 in Messico da un sicario di Stalin.
Strategia e interessi della burocrazia stalinista
Dicevi che Togliatti seguiva, o meglio dirigeva, la strategia stalinista. Ma quale era questa strategia?
La strategia, fin dagli anni Venti, era quella di impedire che nuove rivoluzioni in altri Paesi turbassero lo status quo internazionale necessario alla casta burocratica che si era impadronita del potere, ammazzando migliaia di rivoluzionari e tutto il gruppo dirigente bolscevico. Una rivoluzione vittoriosa in Cina, ad esempio, o in Italia o in altri Paesi avrebbe contribuito a rendere possibile quella nuova rivoluzione politica che secondo Trotsky era necessaria per riavviare la transizione al socialismo, congelata in Russia dallo stalinismo. Per questo la direzione stalinista che si era impadronita dell'Internazionale Comunista, fondata nel 1919 per sviluppare la rivoluzione internazionale, condizione necessaria per lo stesso sviluppo della Rivoluzione russa, utilizzava l'Internazionale e la sua influenza per impedire altre rivoluzioni. Lo fece in Cina nel 1925-27, come in Francia e Spagna negli anni Trenta, e poi di nuovo a metà degli anni Quaranta in Italia, Francia, Grecia. In ognuno di questi casi la rivoluzione socialista era già in marcia e il sistema capitalistico poté salvarsi solo grazie all'intervento controrivoluzionario dello stalinismo. La stessa cosa avvenne anche nei decenni successivi: fu il Pcf stalinista a salvare la borghesia francese nel Maggio '68, e fu il Pci a salvare la borghesia italiana dalle lotte rivoluzionarie del nostro cosiddetto «lungo '68», che si prolungò appunto fino a metà degli anni Settanta.
Ti fermo perché altrimenti ci allontaniamo troppo dal nostro tema odierno. Torniamo alla linea imposta dall'Internazionale. In realtà ci furono vari zig-zag: si passò dal cosiddetto «social-fascismo», cioè dall'equiparazione di socialisti e fascisti, che impedì la formazione di un fronte unico di lotta per fermare il fascismo tedesco di Hitler; per poi passare alla politica dei «fronti popolari».
Esattamente. Per questo Trotsky diceva che non era possibile parlare di una linea politica dello stalinismo. Lo stalinismo era mosso solo dalla salvaguardia degli interessi, dei privilegi, della burocrazia russa e delle burocrazie che aveva installato alla direzione dei diversi partiti comunisti. Di qui i cambi repentini di linea, gli «zig-zag» di cui parlavi, che corrispondevano solo alla politica che si riteneva meglio potesse coprire quegli interessi di casta in un certo momento.
Potremmo parlare anche di quando Stalin non esita a fare un accordo con Hitler, il famigerato patto Molotov-Ribbentrop, dal nome dei due ministri degli esteri, russo e tedesco, che lo firmarono. In quel periodo, siamo nel 1939, sulla stampa russa Hitler veniva elogiato e presentato come un «grande amico» della Russia sovietica, mentre i nemici venivano indicati nell'imperialismo di Francia e Gran Bretagna.
Ma mi attengo alla tua indicazione e cercando di contenere le divagazioni, torniamo ai fronti popolari, che sono la politica che sostiene la cosiddetta «svolta di Salerno». La politica dei fronti popolari viene varata nel VII Congresso dell'Internazionale Comunista, nel 1935, con la relazione di quel Dimitrov di cui abbiamo già parlato. Si trattava di una rottura completa con tutta la strategia marxista e bolscevica. Di fatto in quel Congresso si reintroduceva nel movimento operaio la possibilità che i comunisti entrassero a far parte, o sostenessero, dei governi all'interno del capitalismo. Ciò significava cancellare tutta la battaglia di principio per l'indipendenza di classe dalla borghesia e dai suoi governi. I comunisti, avevano affermato Lenin e Rosa Luxemburg innumerevoli volte, e Marx ed Engels prima di loro, possono entrare in un governo solo se si tratta di un governo rivoluzionario costruito sulle macerie del capitalismo, cioè un governo di un nascente Stato operaio nato dalla rottura rivoluzionaria dello Stato borghese.
Questa era stata la stella polare, ad esempio, dei bolscevichi nel corso del 1917. Per questo si erano rifiutati di entrare nei governi provvisori successivi alla caduta dello zar nel febbraio di quell'anno. Chiaramente non si trattava – e non si tratta, perché ricordiamo che questo è uno dei principi che ancora oggi distingue i comunisti autentici dai riformisti – di un principio astratto. Nel marxismo esistono principi ma non principi astratti: si tratta cioè di punti fermi acquisiti con l'esperienza storica. E tutta l'esperienza di due secoli, fin dal primo governo borghese in cui entrarono dei socialisti, nel febbraio 1848 in Francia, attirandosi gli attacchi di Marx ed Engels, dimostra che non potendosi conciliare gli interessi di due classi contrapposte, come già diceva Engels l'ingresso dei comunisti in un governo borghese comporta non solo l'abbandono della prospettiva rivoluzionaria ma costituisce il principale ostacolo a uno sviluppo delle lotte. Così è sempre stato. La Terza Internazionale, se vuoi, formalizzata nel marzo 1919, prende in realtà le mosse nel 1914 proprio per il rifiuto delle minoranze di sinistra dei partiti della Seconda Internazionale di entrare nei governi borghesi. Ingresso che invece sarà largamente maggioritario allo scoppio della guerra e porterà appunto Lenin e altri a raggruppare le forze per costruire una nuova Internazionale.
Quindi il Congresso del 1935, che costituisce la definitiva rottura coi fondamenti del bolscevismo, reintroduce nel movimento operaio in forma teorizzata la collaborazione di classe e di governo con la borghesia, già a suo tempo introdotta dalla Seconda Internazionale nella sua fase degenerata che motiverà la nascita dell'Internazionale Comunista. E come si collega questo con la cosiddetta «svolta di Salerno»?
La «svolta di Salerno» è la logica continuazione di quella linea di collaborazione con la borghesia cosiddetta democratica o progressista, in nome di una divisione in due tappe della lotta: prima l'accordo con la borghesia poi, in un secondo tempo, che in realtà non arriverà mai, la rivoluzione socialista, che a parole si continua a rivendicare come orizzonte.
Come dicevo, la collaborazione coi governi borghesi, con o senza ministri, non è una novità del Novecento: è l'elemento che ha caratterizzato i riformisti fin da metà dell'Ottocento, lo spartiacque coi rivoluzionari, i quali hanno sempre sostenuto che non si può conquistare la classe operaia alla necessità di costruire per via rivoluzionaria il suo governo se la si convince che bisogna sostenere un governo borghese. Una cosa esclude l'altra. Detto in altre parole: la partecipazione ai governi borghesi non ha mai, in due secoli di storia, costituito l'anticamera né un viatico alla lotta per il potere operaio, bensì un ostacolo mortale.
E così sarà anche nel '44, così come nei decenni successivi, quando il Pci, a quel punto essendosi realmente staccato dalla burocrazia di Mosca a misura che cresceva una propria burocrazia radicata nello Stato borghese italiano, varerà con Berlinguer la linea del «compromesso storico» con la Dc. Compromesso di classe che in realtà non aveva appunto nulla di «storico»: era la stessa politica a cui negli anni Trenta si era dato il nome, forse più altisonante, di «fronti popolari», e che Togliatti applicherà con la «svolta di Salerno», e con le altre formule successive, come «la via italiana al socialismo», per cui era necessario costruire il «partito nuovo» eccetera.
Questa stessa politica di fronte con la borghesia cosiddetta democratica, veniva nel frattempo sviluppata anche a livello internazionale.
Sì, dopo l'aggressione di Hitler alla Russia, si avviava l'alleanza con le cosiddette «potenze democratiche amanti della pace», cioè Stati Uniti e Gran Bretagna. Qui viene rimosso l'obiettivo socialista e convertito, per così dire, nella lotta non più contro tutti gli imperialismi ma solo contro quelli diretti dal fascismo.
Ciò porterà alla spartizione del mondo in zone di influenza pattuita in una serie di incontri, tra la fine del '43 e il '45, a Teheran, Yalta e Postdam, tra Churchill, capo dell'imperialismo britannico, Roosevelt, presidente statunitense e Stalin. Anche questa suddivisione del mondo è stata negata per anni dagli stalinisti. Ma pure di questa esistono innumerevoli prove documentarie ed è, ad esempio, raccontata nei diari di Churchill.
In questi incontri viene deciso, tra l'altro, che l'Italia sarebbe rimasta nella zona d'influenza statunitense. Il che significava che era necessario impedire una rivoluzione socialista che espropriasse la borghesia.
In seguito, che questa divisione tra i cosiddetti «tre grandi» sia avvenuta non è più stato negato. Però il Pci ha sempre cercato di slegare le decisioni assunte in questi incontri dalla linea applicata in Italia, appunto difendendo sempre l'interpretazione della scelta originale. Ciò era utile alla burocrazia di Mosca, per nascondere le sue malefatte, ma serviva pure ai dirigenti del Pci per presentarsi alla borghesia italiana come affidabili, pienamente integrati nella democrazia borghese.
Come Togliatti ha impedito la rivoluzione
Il compito controrivoluzionario, di difficile attuazione, di impedire lo sviluppo della rivoluzione venne assolto dalla direzione del Pci. Con questo preciso mandato dell'Internazionale stalinizzata Togliatti torna in Italia. Doveva soffocare con ogni mezzo la rivoluzione che era già in marcia.
Come dici, fu un'impresa non facile, in primo luogo perché significava convincere, con le buone o con le cattive, i partigiani a prendere una strada diversa da quella già imboccata e che avevano in mente. A conferma che non si tratta di una nostra forzatura, mi pare utile citare una storica seria e competente, una delle migliori specialiste del tema, la già citata Chiara Colombini, che pure alla fine trae conclusioni diverse dalle nostre e più simili a quelle di Quazza e degli storici azionisti, e cioè di coloro secondo cui al di là delle intenzioni soggettive la rivoluzione non era oggettivamente possibile. Per questo alcuni di questi storici preferirono parlare di «Resistenza tradita», piuttosto che, come noi, di «rivoluzione tradita», intendendo loro affermare con questo che se dalla Resistenza non poteva nascere una rivoluzione, almeno si potevano ottenere riforme strutturali. Facendo, pensiamo noi, un ragionamento che non sta in piedi: perché fu appunto la rinuncia alla Rivoluzione a impedire di raccogliere, nel percorso, anche conquiste parziali. Le riforme sono possibili solo come sottoprodotto di lotte rivoluzionarie per il potere operaio.
Ma citavo questa storica che ha pubblicato diversi buoni libri sulla Resistenza usciti negli ultimi anni. Ho qui sottomano il bel libro della Colombini, Anche i partigiani però..., pubblicato nel 2021, e cito leggendo da pagina 138: «specialmente per i moltissimi giovani che scoprono la politica combattendo [...] resti ben salda l'idea che la sconfitta dei tedeschi e dei fascisti sia soltanto la prima tappa di una rivoluzione che deve proseguire fino al rovesciamento dell'ordine sociale.» Per questo, continua la Colombini poche pagine dopo, «la dirigenza [del Pci] deve faticare non poco per far accettare la nuova prospettiva ai militanti di base, e talvolta anche ai quadri delle federazioni locali, per convincerli a mettere da parte le aspettative rivoluzionarie a lungo coltivate. Un risultato che richiede tempo, anche perché fra i tanti che pur si adeguano è molto diffusa la convinzione che esse siano una sottile manovra tattica, una mossa calcolata per nascondere agli avversari politici le vere intenzioni del partito, in attesa che si presentino le condizioni propizie per metterle in pratica.»
Questa analisi della Colombini è perfettamente condivisibile.
Ma come fece concretamente il Pci a deviare la Resistenza e poi a disarmarla letteralmente?
Dalla sua Togliatti aveva il prestigio dell'Urss e dell'Internazionale. Incarnava, pur immeritatamente, l'autorità dell'Ottobre 1917. Un autentico paradosso considerando che il suo compito, come abbiamo visto, era fare il contrario di quanto avrebbe fatto l'Internazionale ai tempi di Lenin e Trotsky.
La prima cosa che fece, dunque, fu inviare precise direttive. Ne ho qui una dell'estate del 1944, ne leggo un brano: «la lotta partigiana non ha lo scopo di imporre trasformazioni sociali in senso comunista ma la liberazione nazionale dagli occupanti tedeschi e la distruzione del fascismo».
Perché era necessario spiegare questo ai partigiani? Appunto perché la maggioranza di loro aveva in mente un'altra cosa, come abbiamo visto.
Ovviamente non bastava qualche circolare. Si fece allora un lavoro minuto, da parte della direzione del Pci, per eliminare o limitare tutta la simbologia comunista e i riferimenti alla rivoluzione bolscevica, che sarebbero stati naturali per i militanti di quell'epoca, vengono sostituiti con riferimenti al Risorgimento e alla lotta patriottica contro l'occupante straniero.
Per questo motivo le brigate del Pci non si chiamavano brigate Lenin bensì brigate Garibaldi.
Ma probabilmente la mossa più efficace fu quella di pretendere che tutti i partiti presenti nella Resistenza avessero lo stesso peso nei Cln, i Comitati di Liberazione Nazionale. Fare questo significava auto-limitare in essi la presenza del Pci che, se si fosse utilizzato un criterio proporzionale, sarebbe stata largamente maggioritaria. Così forze minori o inesistenti nella Resistenza contavano quanto il Pci e le altre forze maggiori.
Non a caso alcune formazioni a sinistra del Pci, come Bandiera Rossa, di cui parleremo poi, rimasero fuori dai Cln, così pure alcune formazioni anarchiche.
Questa modalità di costruzione dei Cln si basava evidentemente su un criterio totalmente anti-democratico. Che aveva lo scopo di trasformare i Cln, da potenziali soviet o Consigli, cioè da potenziali organismi di un potere operaio, in organismi dello Stato borghese.
Questa strategia di disarmo in primo luogo politico della Resistenza, venne coronata dalla partecipazione del Pci ai governi borghesi, come abbiamo visto prima.
Bisognava però anche convincere i partigiani di questa linea. Come?
Qui nacque la linea della «doppiezza» della direzione del Pci. Cioè si inducevano i militanti a credere che quella di Togliatti fosse solo un'abile mossa per ingannare il nemico di classe. Che dopo l'unità inter-classista sarebbe arrivato il «secondo tempo», quando si sarebbe compiuta la lotta indirizzandola contro la borghesia.
Per questo quando la direzione del Pci si attiva in prima fila per la restituzione delle armi, dal maggio del 1945, molti partigiani restituiscono solo ferri vecchi e nascondono le armi, convinti che sarebbero servite a breve.
Però nemmeno questo bastava, dato che le fabbriche del nord erano in mano agli operai, nella primavera del 1945.
Infatti. E qui interviene ancora, con tutta la sua autorevolezza, la direzione del Pci per imporre la riconsegna delle fabbriche ai padroni. Questo pure richiede tutto un lavorio di riorientamento. Leggo una nota di Emilio Sereni, presidente del Cln lombardo, nonché dirigente del Pci:
«Sarebbe troppo comodo per le classi dirigenti che hanno portato l'Italia alla catastrofe poter dire ai lavoratori: ora arrangiatevi da soli [...] I lavoratori non sono caduti nel tranello, hanno saputo esigere che i rappresentanti della proprietà prendessero la loro parte di responsabilità nel ricostruire»
Cioè fu necessario non solo imporre agli operai la restituzione delle fabbriche, ma richiamare i padroni a riprendere il loro ruolo di sfruttatori. I padroni certo erano piacevolmente stupiti, perché non se lo aspettavano.
La ricostruzione dello Stato borghese
Dicevi prima che nel settembre 1943, con l'armistizio e la rottura in due del Paese, di fatto era andato distrutto lo Stato borghese.
Sì, era crollato miseramente, con la costituzione di un simulacro di Stato nel sud Italia e con la formazione nel centro-nord della Repubblica di Salò.
Fu la direzione del Pci a farsi carico della ricostruzione dello Stato borghese. Però questo implicava sottrarre ogni ruolo ai partigiani, che avevano dato vita a un embrione di Stato operaio, e persino a «repubbliche partigiane» in varie regioni. Qui si colloca la amnistia voluta e promossa dal Pci, con Togliatti ministro di Grazia e Giustizia, varata nel giugno 1946.
Di questa amnistia, che metteva in libertà i fascisti e riempiva le carceri di partigiani, si è molto parlato, ma a volte in alcune ricostruzioni sfugge il motivo di questo provvedimento scandaloso. Il vero motivo era poter disporre di un personale non partigiano. E questo poteva essere fatto solo riabilitando e rimettendo al loro posto non solo funzionari che avevano piegato la testa sotto il fascismo, ma anche esponenti diretti della burocrazia statale e della magistratura del Ventennio o di Salò.
Ecco così che vengono rimessi nel loro ruolo magistrati fascisti, chiamati paradossalmente a giudicare dei partigiani... A dirigere l'apparato repressivo, la polizia, vengono richiamati alcuni che avevano svolto un ruolo dirigente negli apparati fascisti, persino nell'Ovra, la sanguinaria polizia politica di Mussolini.
Per fare un solo esempio: Marcello Guida, che aveva guidato vari istituti per i confinati politici, come quelli di Ponza e di Ventotene, ed era stato ufficiale di polizia sotto Salò, da cui si era staccato solo quando aveva visto che stavano perdendo, veniva assolto dalle passate responsabilità, con l'amnistia, e continuò la sua carriera in polizia. Lo ritroveremo questore di Torino, e fruitore di uno stipendio extra pagato direttamente dalla Fiat per i suoi servizi anti-operai, e poi a occuparsi dell'indagine sulla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, la prima «strage di Stato», cioè organizzata dagli apparati dello Stato borghese per terrorizzare le lotte operaie del '68-69. Fu lui a organizzare il depistaggio poliziesco che indicava negli anarchici i presunti responsabili della strage e che comportò, tra l'altro, il defenestramento dell'anarchico Pinelli, partigiano, per un «malore attivo», come si disse, mentre veniva torchiato nella questura di Milano dal commissario Luigi Calabresi.
Si liberavano i fascisti e si incarceravano i partigiani, dicevi.
Sì, è storia nota e chi voglia conoscerla nei dettagli può ad esempio leggere una recente ricerca pubblicata dalla storica Michela Ponzani nel libro Processo alla Resistenza, di cui diamo gli estremi nella bibliografia.
La Ponzani mette in fila tutta una serie di fatti che paiono davvero incredibili, raccontando decine di casi di partigiani processati dopo la Liberazione, accusati di aver giustiziato dei fascisti, cosa che avevano fatto in realtà per sopperire, per così dire, con epurazioni dal basso alla assoluzione attraverso cui lo Stato borghese riprendeva in servizio magistrati, poliziotti e carabinieri distintisi nella repressione fascista. Racconta anche di partigiani che finirono sotto processo, e anche quando assolti scontarono lunghi periodi di carcerazione preventiva, per atti compiuti durante la Resistenza, con attentati compiuti contro il regime di Salò e i suoi sgherri, giudicati come atti di delinquenza. Secondo la Ponzani, cito dalla pagina 14 del suo libro, furono tra 15 e 20 mila i partigiani processati con accuse come «strage», «sabotaggio», «omicidio» per la partecipazione a scontri armati coi fascisti; viene persino mossa l'accusa di «rapina a mano armata» per requisizioni indispensabili a rifornire la Resistenza. Una persecuzione che proseguirà ancora negli anni Sessanta e persino negli anni successivi.
Le opposizioni partigiane al Pci
Nessuno, nella Resistenza, si oppose alla linea che veniva imponendo il Pci con la cosiddetta «svolta di Salerno»?
Al contrario, ci furono diverse formazioni partigiane che si batterono contro questa linea, rivendicando la necessità di sviluppare in senso socialista e rivoluzionario la Resistenza. Affrontare in dettaglio questa parte della storia della Resistenza, omessa nella gran parte dei libri, compresi quelli in generale buoni e affidabili, richiederebbe molto spazio. Esiste qualche libro sul tema, seppure siano davvero pochi gli storici che si sono dedicati a queste formazioni, anche perché la loro stessa esistenza stride con la lettura «patriottica» e «risorgimentale» della Resistenza che resta quella prevalente. La storiografia di marca Pci ha semplicemente cancellato l'esistenza di queste formazioni.
Nella scheda bibliografica che pubblichiamo a corredo di questa conversazione indicheremo qualche titolo per chi volesse approfondire. Qui ci limitiamo a citare i due casi più importanti di formazioni che si opposero alla linea del Pci.
Uno è quello di Stella Rossa, nata a Torino nel maggio '44. Una formazione di circa duemila partigiani, di cui almeno 500 operai Fiat, in gran parte provenienti dalle file del Pci. Ma il caso sicuramente più importante fu quello del Movimento Comunista d'Italia, Mcd'I, un partito meglio noto come Bandiera Rossa, dal nome della loro pubblicazione. Bandiera Rossa organizzava circa 2500 partigiani a Roma e diverse altre migliaia in Lazio e in altre regioni.
Bandiera Rossa fu la più consistente tra le formazioni partigiane nella capitale, superiore anche al Pci. E per questo fu anche quella che ebbe più perdite, circa 200, di cui una cinquantina ammazzati nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine, su cui poi diremo qualcosa.
Cosa sostenevano queste formazioni?
Tra loro c'erano differenze e all'interno dello stesso Mcd'I c'era non poca confusione. Per fare un esempio: nei loro testi citavano Trotsky ma anche... Stalin. Era assai diffusa l'idea che Togliatti, imponendo la politica di collaborazione di classe, stesse tradendo la linea di Stalin.
A prescindere dalla confusione interna e dalle differenze, queste forze tendevano a rifiutare l'alleanza inter-classista con la borghesia. Volevano cacciare gli occupanti tedeschi, fare i conti coi fascisti ma non fermarsi lì. Volevano fare i conti anche con la borghesia che aveva fatto affari sotto il fascismo e più in generale vedevano nel movimento in atto una lotta che avrebbe dovuto completarsi con l'esproprio delle fabbriche e della grande proprietà capitalistica, cioè con una rivoluzione socialista simile a quella del 1917.
Se ci fosse stata una direzione trotskista...
Cosa avrebbero fatto di diverso i partigiani se a dirigere la Resistenza al posto degli stalinisti ci fossero stati i trotskisti? E perché non si riuscì a costruire una direzione trotskista, cioè coerentemente comunista?
Sono due domande, quelle che mi fai, tra loro concatenate.
Primo punto. Di diverso una direzione trotskista, cioè coerentemente rivoluzionaria, avrebbe fatto l'opposto di quanto stava facendo la direzione del Pci e che abbiamo fin qui descritto. Avrebbe difeso una politica di indipendenza di classe dalla borghesia e dai suoi governi, sviluppando in primo luogo i Cln come soviet, organismi di lotta partigiana contro gli occupanti e i fascisti e il loro sviluppo in organismi di potere di un nuovo Stato, uno Stato operaio. Avrebbero mantenuto ed esteso il controllo delle fabbriche, invece di restituirne la proprietà ai padroni.
Secondo punto. Questa direzione coerentemente rivoluzionaria non si riuscì a costruirla per la debolezza dei trotskisti su scala internazionale e ancor più in Italia, dove di fatto la Quarta Internazionale riuscì a ricostruirsi solo dopo il 25 Aprile. I quadri rivoluzionari erano stati uccisi, a migliaia, dai colpi incrociati di stalinisti e fascisti negli anni Trenta.
Citavamo prima Pietro Tresso. Ecco: se non fosse stato fatto uccidere in Francia da Togliatti, a fine 1943, avrebbe potuto essere una delle figure attorno a cui ricostruire già nella Resistenza una direzione alternativa.
Lo stesso accadde con i trotskisti in Francia, o in Grecia dove i partigiani trotskisti furono uccisi a centinaia dagli stalinisti, ancor prima che dai fascisti. A livello internazionale, tutta la direzione della neonata Quarta Internazionale (fondata nel 1938) era stata decimata dalle purghe staliniste, che mandarono centinaia di militanti nei gulag, e dai sicari di Stalin inviati in tutto il mondo ad uccidere dirigenti come Lev Sedov e Rudolf Klement, alla vigilia del Congresso fondativo della Quarta Internazionale, Trotsky nel 1940 in Messico. E un lungo, purtroppo, eccetera.
Abbiamo visto perché non si riuscì a costruire una direzione trotskista. Ma cosa successe a quelle formazioni dissidenti che citavi, che pur non avendo un programma coerentemente rivoluzionario, non erano disponibili a fermarsi?
Vennero colpite in vari modi dal Pci, con la calunnia e non solo. Chi dissentiva veniva equiparato ai trotskisti e quindi calunniato come «spia della Gestapo».
Si può citare Pietro Secchia, dirigente del Pci, a torto considerato ancora oggi dagli stalinisti come una alternativa di sinistra a Togliatti, e un suo testo pubblicato su un giornale clandestino del Pci, dal titolo "Il 'sinistrismo' maschera della Gestapo", in cui invitava alla delazione e a colpire i militanti di queste formazioni, a partire da quelli di Bandiera Rossa e Stella Rossa, indicati come «quinta colonna» di Hitler e Mussolini.
Ovviamente questi appelli produssero effetti. Per fare un esempio: Temistocle Vaccarella, dirigente di Stella Rossa, venne attirato in una trappola a Milano e assassinato nel giugno 1944.
L'Unità, che aveva ripreso le pubblicazioni clandestine, pubblicava liste di nomi di combattenti appartenenti a queste formazioni, indicandoli così tanto alla repressione fascista come alla vendetta di militanti in buona fede che credevano in queste calunnie diffuse dal loro partito.
In questo modo, con un misto di calunnie e attacchi fisici, organizzazioni che, come dicevamo, già avevano una direzione oscillante e confusa, finirono per essere distrutte o in gran parte riassorbite dal Pci.
Luglio 1948: l'ultima fiammata
C'è chi dice che, in ogni caso, una rivoluzione era impossibile in Italia in quel periodo. È così?
Credo che quanto abbiamo detto fin qui dimostra che non solo una rivoluzione era possibile ma, per così dire, già era in marcia. Fu solo l'intervento attivo della direzione stalinista a impedirlo, salvando il sistema capitalistico e consegnandoci la Repubblica in cui viviamo oggi.
Ne abbiamo una riprova nel 1948, quando realmente si chiude la fase apertasi nel 1943.
Il 14 luglio 1948 un esaltato spara a Togliatti, ferendolo. Appena la notizia si diffonde nasce uno sciopero di massa che arriva a coinvolgere milioni di lavoratori, con alla testa quadri di base e intermedi dei partiti di sinistra. Uno sciopero insurrezionale. I partigiani tirano fuori le armi che non avevano riconsegnato e in varie parti del Paese disarmano la polizia e i carabinieri. Gli operai montano le mitragliatrici sui tetti delle fabbriche e arrestano i dirigenti della Fiat. Si costruiscono barricate nelle città.
Sono convinti che sia finalmente arrivato l'atteso «secondo tempo» che era stato implicitamente fatto credere dai dirigenti.
Il governo non è in grado di fermare l'ondata rivoluzionaria e quindi chiede aiuto alla direzione del Pci, l'unica in grado di farlo.
Le direzioni del Pci e della Cgil si mettono alla testa dello sciopero con l'unico intento di fermarlo.
Togliatti, ferito, si preoccupa in primo luogo di dare indicazioni perché si fermi tutto. I dirigenti del Pci corrono davanti alle fabbriche per indurre gli operai a fermare la mobilitazione.
Ed è solo così, ancora una volta, che la borghesia e il suo Stato vengono salvati. E poi riparte la repressione dello Stato borghese contro i partigiani che sono insorti e più in generale tutta una stagione di caccia al partigiano comunista, come documenta il già citato libro della Ponzani. Caccia in cui si distinguono in particolare carabinieri e poliziotti, molti dei quali già attivi sotto Salò, che ricorrono alla tortura per far «confessare» i partigiani che arrestano.
Tuttavia quella straordinaria mobilitazione di milioni di lavoratori, e l'incapacità dello Stato borghese di fermarla solo ricorrendo ai suoi apparati repressivi, confermano quanto dicevamo: e cioè che non vi era nessun ragionamento «realistico» in chi sosteneva l'impossibilità di una rivoluzione in quel periodo.
Ancora una volta: via Rasella
Cambiamo tema e veniamo a una delle principali polemiche che, a ottant'anni di distanza, ancora persiste: quella sull'uso della violenza, o di un presunto «eccesso di violenza» nella lotta partigiana.
Un'accusa che è stata ripetuta spesso, specie a destra ma non solo, è quella di una responsabilità dei partigiani per le rappresaglie fasciste. Su questa falsariga, una delle calunnie ricorrenti contro i partigiani, ad esempio, è che il massacro delle Fosse Ardeatine fu l'inevitabile conseguenza dell'attentato di via Rasella a Roma, che viene presentato, così come altre azioni partigiane, come sostanzialmente inutile, visto che comunque sarebbero arrivati a liberare il Paese gli americani.
Abbiamo già visto che quella dell'Italia «liberata dagli Alleati» è una leggenda. Venendo alla polemica di via Rasella, che da decenni è esemplificativa di un tentativo della destra, ma non solo, di cancellare le pagine eroiche della Resistenza, sminuendola o anche infangandola. Ricordiamo in breve i fatti.
Il 23 marzo del 1944 i Gap assaltano un battaglione di SS, quella che dal post-fascista La Russa è stata definita una «banda musicale di pensionati». I partigiani fanno esplodere una bomba al passaggio delle SS e poi li assaltano tirando ulteriori bombe. In termini militari è il più importante atto di resistenza in Europa in una città occupata.
Per rappresaglia i fascisti tedeschi e italiani raccolgono rapidamente 335 tra partigiani detenuti e semplici passanti, dieci per ognuno dei 33 soldati tedeschi uccisi, più cinque aggiunti per un «errore di calcolo», li conducono alle Fosse Ardeatine, una cava dismessa alle porte di Roma, e il 24 marzo li uccidono a gruppi, con un colpo alla schiena, facendo cadere ogni fila sui cadaveri precedenti.
La falsificazione storica, proseguita per decenni, e appunto non abbandonata nemmeno ora, consiste nel sostenere che i Gap, responsabili dell'attentato, sarebbero stati invitati a consegnarsi per evitare la rappresaglia.
In realtà, come dimostrato nei tribunali e dagli storici, la rappresaglia fu eseguita subito e in segreto, per evitare reazioni della popolazione, e comunicata a cose già fatte, il 25 marzo. Rimando al bel libro di Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito, il cui titolo cita il breve comunicato pubblicato sul Messaggero all'indomani della strage, dimostrando come non vi fu nessuna richiesta ai partigiani di consegnarsi. Aggiungiamo che, dal nostro punto di vista, peraltro, anche laddove avessero potuto, non avrebbero certo dovuto consegnarsi. Chi sostiene il contrario, oltre a falsificare la dinamica dei fatti, implicitamente disconosce la necessità della lotta partigiana e la sua legittimità.
Se ci pensi è la stessa cosa che è stata fatta, in questo caso da tutta la sinistra, inclusa una buona parte di quella che pretende di definirsi «trotskista», con la sola eccezione nostra o quasi, dopo l'attacco palestinese del 7 ottobre contro i sionisti, quando persino chi si dice difensore della lotta palestinese ha in qualche modo questionato l'azione della Resistenza palestinese perché avrebbe coinvolto dei «civili», o perché avrebbe «provocato» la successiva distruzione di Gaza.
La logica che sta dietro queste posizioni è sempre la stessa: se gli oppressi non lottassero, si risparmierebbero la reazione dell'oppressore. È la logica della resa senza combattere in nome di una astratta «pace», la pace degli oppressori. Un concetto profondamente estraneo a una logica rivoluzionaria e peraltro, come dimostra proprio la vicenda palestinese, anche falso nelle sue premesse: i palestinesi sono attaccati e bombardati dall'entità sionista da decenni, quale che sia la loro reazione.
E, tornando alla Resistenza italiana, le stragi compiute dai tedeschi e dai repubblichini furono una forma di terrore utilizzata per perpetuare il dominio, il più delle volte nemmeno legate a una rappresaglia per un'azione partigiana, ma fatte a freddo. Pensa all'eccidio a Sant'Anna di Stazzema nell'agosto del 1944, quando le SS e i repubblichini circondarono questo paesino in provincia di Lucca, e in poco più di tre ore uccisero a freddo 560 abitanti, tra cui molti bambini. O alla strage del Monte Sole, più nota come strage di Marzabotto, in provincia di Bologna, quando nei primi giorni di ottobre del 1944, reparti di SS, della Wehrmacht e repubblichini uccisero oltre 700 persone, numero che va raddoppiato in riferimento alle vittime dei fascisti nell'intero periodo in quella zona.
Piazza Loreto e la rabbia delle masse
Altri insistono su presunti eccessi di violenza da parte dei partigiani anche nel periodo successivo al 25 aprile. Costantemente viene ricordato quello che è definito come un «vilipendio» dei cadaveri di Mussolini e di altri gerarchi a Piazzale Loreto, il 29 aprile del 1945.
In quel giorno vennero appesi, come noto, a testa in giù, in quella piazza milanese, i cadaveri di Mussolini, di Claretta Petacci e di altri gerarchi precedentemente giustiziati a Dongo dopo essere stati arrestati mentre il «valoroso duce» cercava di scappare con un travestimento. Una massa popolare, accorsa nella piazza, iniziò a manifestare la sua legittima rabbia.
Periodicamente qualche anima bella, pur iniziando in genere dicendo «io sono antifascista, però...», stigmatizza i gesti di rabbia della folla in quella piazza. Lo ha fatto di recente, in tv, ad esempio Antonio Scurati, in tour promozionale dei suoi romanzi e serie tv sul fascismo, dicendosi ancora turbato per lo «scempio» dei cadaveri.
È allora bene in questi casi ricordare che Mussolini e i suoi camerati furono appesi proprio in piazzale Loreto perché nell'agosto dell'anno prima i fascisti avevano fucilato ed esposto al pubblico, nello stesso luogo, come forma di intimidazione della popolazione, quindici partigiani. Ecco allora che solo chi non conosce la storia può stupirsi della reazione della folla, può farlo cioè solo chi dimentichi cosa Mussolini e gli altri criminali in camicia nera hanno fatto in vent'anni di guerre e massacri, di sfruttamento e oppressione.
Quando le masse popolari, dopo aver sopportato per anni, prendono finalmente in mano il loro destino e lottano per rovesciare un potere che le ha oppresse, non lo fanno in genere con quella «sobrietà» invocata di recente da un ministro meloniano per le manifestazioni del 25 Aprile.
Aggiungiamo che nel caso italiano, gli scoppi di rabbia e le epurazioni «dal basso» che sono continuate anche per molti mesi dopo l'aprile del '45 erano anche il prodotto del mancato repulisti voluto dal governo borghese e dal Pci, di cui parlavamo prima. La stessa direzione del Pci, da una parte invitava a reprimere i responsabili di epurazioni di fascisti, dall'altra tollerava atti di giustizia «dal basso» come valvola di sfogo per garantire appunto la mancata epurazione dei fascisti, funzionale alla ricostruzione dello Stato borghese. In questo quadro andrebbe letta anche la vicenda della Volante Rossa, attiva nel milanese nell'estate del 1945... ma mi fermo qui, rimandando chi volesse approfondire al bel libro di Cesare Bermani che indichiamo nella bibliografia.
Un pezzo di carta in cambio della rivoluzione
Da decenni si dice che la Resistenza guadagnò comunque una grande conquista: la Costituzione repubblicana, una delle più avanzate del mondo. È vero?
Sicuramente è tra le Costituzioni borghesi più avanzate, insieme ad esempio, non casualmente, a quella di Weimar. Non casualmente perché sono entrambe figlie dei rapporti di forza tra le classi di due rivoluzioni. In entrambi i casi la borghesia, a fronte del rischio di perdere tutto, fece delle concessioni cartacee.
Detto ciò, ricordiamo agli apologeti della «Costituzione nata dalla Resistenza», che quella Costituzione, pur relativamente avanzata rispetto ad altre, anche laddove i suoi principi venissero pienamente applicati, come i riformisti rivendicano da decenni inutilmente, rimarrebbe del tutto all'interno dei confini del sistema capitalistico.
I rapporti di forza di quel periodo, che avrebbero consentito alla classe operaia ben altro, e la rinuncia delle direzioni traditrici a quella rivoluzione che era, come abbiamo detto, già in marcia, spiegano le contraddizioni di quella Carta. Da una parte la «repubblica fondata sul lavoro»... ma quel lavoro di cui si parla è la schiavitù salariale propria della divisione in classi della società. Per tacere di altri punti come il richiamo alla famiglia capitalistica come «società naturale» eccetera.
Per questo noi non rivendichiamo quel testo, perché da rivoluzionari lottiamo per un altro potere, quello operaio, per un altro Stato, da costruirsi sulla distruzione dello Stato borghese, attraverso un governo degli operai per gli operai. Lottiamo per un'altra democrazia, vera, quella proletaria, possibile solo in una dittatura del proletariato come quella che si è avuta in Russia nei primi anni dopo l'Ottobre, quando a dirigere la rivoluzione e l'Internazionale c'erano Lenin e Trotsky.
Il fascismo ieri e oggi
Facciamo un passo indietro, toccando, seppure brevemente in questa sede, un altro argomento: il fascismo fu una parentesi storica irripetibile o, come si dice da più parti, anche oggi avremmo un governo fascista in Italia?
Per affrontare bene questo tema dovremmo riprendere l'insuperata analisi che Trotsky fece del fascismo, di fatto l'unica analisi del fascismo condotta coi criteri del marxismo. Non è possibile farlo qui in poche battute. Rimando in questo senso ad altri testi pubblicati in altri numeri di questa rivista, in particolare a un saggio di Fabiana Stefanoni di cui daremo gli estremi nella bibliografia, che può essere una guida per la lettura dei testi di Trotsky sul tema.
Schematicamente potremmo dire questo: secondo Trotsky il fascismo fu il prodotto del combinarsi di vari elementi. Una crisi economica del capitalismo che spinge ampie masse piccolo-borghesi alla rovina. In assenza di una direzione comunista in grado di guidare la classe operaia perché sappia egemonizzare questa semi-classe che è appunto la piccola-borghesia, e per effetto anche dell'accodarsi delle organizzazioni riformiste alla grande borghesia, la radicalizzazione della piccola-borghesia viene capitalizzata da organizzazioni fasciste che, almeno nel programma iniziale, si presentano come «anti-borghesi», avversarie dei «plutocrati», dei banchieri, ecc. Pensa al programma originario tanto di Mussolini come a quello dei fascisti tedeschi guidati da Hitler.
È a quel punto che la grande borghesia, per mantenere il suo potere economico, rinuncia transitoriamente a esercitare direttamente il potere politico, rinuncia al sistema di dominio che in linea generale preferisce, perché è quello a minor costo, cioè la democrazia parlamentare borghese, e passa la mano ai partiti fascisti, aprendo loro la porta del governo. Per Trotsky cioè il fascismo non è una creazione della grande borghesia. La grande borghesia, scrive, utilizzando una metafora efficace, si rivolge ai fascisti così come chi ha mal di denti si siede sulla poltrona del dentista, cioè non certo con piacere, ma per necessità.
A quel punto le bande armate fasciste, in parte tollerate e in parte osteggiate nella fase precedente, possono scorrazzare liberamente e vengono scagliate come un ariete contro le organizzazioni del movimento operaio, i partiti, inclusi quelli riformisti, i sindacati, che vengono attaccati in armi e sciolti. Abbiamo così un cambio di regime, all'interno di uno Stato che rimane borghese e in cui la classe dominante rimane quindi la grande borghesia.
Se teniamo a mente questa elaborazione di Trotsky, capiamo come, seppure oggi esistano già alcuni elementi di questa combinazione che ha generato il fascismo, ancora non sono tutti presenti. La borghesia oggi, per il momento, è meglio difesa dall'alternanza tra i due poli politici di centrodestra e centrosinistra e dalle grandi burocrazie sindacali, come quella della Cgil, che al momento sono sufficienti per tenere sotto controllo il conflitto di classe.
Ma il partito della Meloni è un partito fascista?
Così affermano in molti a sinistra, basandosi sulle origini di Fratelli d'Italia nel Msi. Ma se applicassimo questo criterio al Pd, dovremmo forse dire che è un partito comunista, solo perché nelle sue lontane origini c'è il Pci? Ovviamente no. Così come il Pd è oggi un partito compiutamente borghese, per molti versi il partito preferito dalla grande borghesia, così il partito della Meloni è un partito pienamente inserito nel regime parlamentare borghese, che non mira a rovesciare. Pur portando avanti politiche che vanno in direzione di un ulteriore restringimento degli spazi democratici per i lavoratori: ma facendolo all'interno di questo tipo di regime borghese, quello parlamentare. Altra cosa è che molti dei suoi esponenti abbiano radici nel neofascismo e che ancora strizzi l'occhio a settori nostalgici, per non rinunciare a una rendita elettorale. Ma è chiaramente ipocrita «l'antifascismo» professato dall'opposizione borghese, dal Pd e dai Cinque Stelle di Conte, nonché da tutta la stampa e i mass media al loro servizio e non a caso questo «antifascismo» fasullo riemerge in particolare davanti alle scadenze elettorali, quando gridare al «pericolo fascista» serve per accumulare voti a favore dell'alternanza borghese.
Ciò detto, per completare la risposta alle tue ultime domande, è bene avere presente che, seppure il fascismo non sia oggi alle porte, non è per niente una parentesi del passato. Finché il capitalismo non sarà sconfitto, il fascismo rimarrà sempre qualcosa che potrà, al ripetersi di alcune condizioni, ripresentarsi, in Italia come altrove.
Dopo il ventennio mussoliniano, pur senza arrivare nuovamente a un regime fascista, abbiamo visto nuovamente all'opera gruppi fascisti. Puoi dire qualcosa su questo?
È così. La storia della repubblica è una storia fatta di lotte operaie e studentesche ma anche di stragi e complotti, orditi dai governi borghesi e attuati tanto dalle bande armate in divisa, legali, come da quelle fasciste, con i servizi segreti a fare da trait d'union tra le due. E noi non parliamo certo di «apparati di Stato deviati» come fanno i riformisti, inducendo con questa formula a credere che esistano apparati dello Stato borghese che stanno lì in difesa di un presunto interesse comune delle classi. No, lo Stato borghese e i suoi apparati, ufficiali o segreti, sono sempre lì solo per difendere la proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e di scambio. E in questo loro compito non si fermano davanti a niente, usando anche la manovalanza fascista quando necessario.
Pensiamo alle bombe nelle piazze e nelle stazioni, alle stragi che costellano tutto il periodo che non casualmente inizia in parallelo con l'esplosione delle lotte del '68-'69, e prosegue negli anni Settanta per frenare le lotte operaie e studentesche.
Le stragi di piazza Fontana, dell'Italicus, di piazza della Loggia a Brescia, la bomba alla stazione di Bologna... sono tutte stragi di Stato, cioè stragi organizzate dallo Stato e dal suo governo, con l'impiego appunto dei suoi apparati e l'utilizzo anche di bande fasciste. Hanno avuto la funzione di fermare la crescita delle lotte, di legittimare la repressione delle organizzazioni che si collocavano a sinistra del Pci che, nel frattempo, si apprestava con Enrico Berlinguer, oggi santificato dai riformisti, a ripetere con le politiche di «unità nazionale» quella collaborazione di classe che già avevano condotto gli stalinisti dagli anni Trenta coi «fronti popolari» e Togliatti con la collaborazione coi governi borghesi di cui abbiamo parlato. In altre parole, il cosiddetto «compromesso storico» del Pci di Berlinguer, degli anni Settanta, di «storico» aveva ben poco ed era la ripetizione da parte del Pci delle stesse politiche togliattiane, solo che sulla base non più degli interessi della burocrazia di Mosca ma su quelli direttamente della burocrazia del partito italiano, pienamente inserito nei meccanismi del sistema borghese, che aveva aiutato già nel '44 a ricostruire.
Alcune grandi lezioni
Francesco, siamo arrivati alla fine di questa nostra lunga conversazione. Abbiamo visto come la Resistenza fu una rivoluzione operaia, animata da operai e operaie, proletari e proletarie, in gran parte giovani e giovanissimi, che lottarono e si sacrificarono pensando di avanzare verso la costruzione del socialismo, ma furono traditi dalla loro direzione. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una polemica su vecchi fatti. Ma non è questo che pensa il nostro partito. Puoi dire in sintesi perché la Resistenza e quella vicenda merita ancora, ottant'anni dopo, lo studio da parte di chi lotta per la rivoluzione socialista?
La Resistenza è stata una delle esperienze più alte della lotta di classe nel nostro Paese. Per questo è importante studiarla a fondo, così come in generale dobbiamo studiare tutta la storia del movimento operaio, come dicevo all'inizio, non lasciandola agli storici.
Dovendo indicare alcune grandi lezioni che la Resistenza ci lascia per le lotte di oggi, ne indicherei tre.
Primo, ci dimostra che ruolo fondamentale possono svolgere gli operai, che sono la base su cui tutto si regge, quando lottano. E questo vale ancora oggi, anche se chi si arricchisce sfruttando gli operai vorrebbe farci credere che gli operai sono scomparsi.
Secondo, la storia della Resistenza ci dimostra che le lotte non sono però sufficienti e che, se cadono nelle mani di una direzione riformista, saranno sconfitte tanto dal punto di vista strategico come da quello delle conquiste immediate. È il ruolo del riformismo come principale difensore del sistema capitalistico.
Terzo, il corollario dei due punti precedenti ci riporta alla necessità di costruire una direzione alternativa della classe operaia e delle masse sfruttate e oppresse. Una direzione che faccia tesoro di tutte le vittorie e di tutte le sconfitte che la lunga storia del movimento operaio ci consegna. Una direzione rivoluzionaria, internazionale, che lotti per rendere possibili e vincenti le prossime rivoluzioni.
Lezioni a parte, lasciami concludere dicendo che la Resistenza, per quanto tradita nelle sue potenzialità di rivoluzione socialista, è stata una pagina magnifica della nostra storia, della storia del movimento operaio e rivoluzionario. Se mi è permesso un riferimento personale, vorrei aggiungere che ho iniziato a studiarla quarant'anni fa, avendo scritto su questo argomento il mio primo articolo, quando iniziavo la militanza trotskista. In queste ultime settimane, per preparare questa intervista e altre iniziative del nostro partito per l'ottantesimo anniversario, sono tornato a sfogliare vecchi libri sulla Resistenza e ne ho letti di più recenti. E immergermi mentalmente in quelle lotte eroiche, nel sacrificio di quei giovani militanti, mi ha dato una forte carica. Credo che tutti noi che dedichiamo la vita alla lotta per il socialismo possiamo trarre da quella vicenda apparentemente lontana una grande ispirazione e il coraggio per proseguire la nostra lotta di oggi, idealmente sentendoci come i continuatori dei partigiani, come coloro che cercheranno di rovesciare questo sistema putrido, di finire il lavoro rimasto incompiuto ottant'anni fa.























