Partito di Alternativa Comunista

Chi ha paura di Engels?

Chi ha paura di Engels?

A proposito di una falsificazione

riesumata dal quotidiano Il manifesto

 

 

Nota della Redazione web

 

Il manifesto, che per qualche ragione imperscrutabile continua a portare sulla testata la definizione di «giornale comunista», ha pubblicato un articolo di Stefano Petrucciani, professore della Sapienza e autore di numerosi libri su Marx, in genere anche apprezzabili sul piano filologico (non certo su quello politico), relativo alla vecchia leggenda del cosiddetto «Testamento di Engels».
Purtroppo Petrucciani riesce nel breve articolo a rilanciare - seppure in una delle forme soft, peraltro non nuova - una falsificazione che ha ormai più di 130 anni, parlando di «autocritica» di Engels che, poco prima di morire, «tentava di avviare un ripensamento in profondità del concetto di rivoluzione». Un Engels che assomiglia tanto al Togliatti della «democrazia progressiva» ma molto diverso dal vero Engels, non a caso definito dagli amici «Generale», per la sua passione per gli aspetti anche militari delle rivoluzioni.
Ci sembra interessante riproporre ai nostri lettori un saggio di qualche anno fa di Francesco Ricci (pubblicato su Trotskismo oggi, n. 9) che ricostruisce la vera storia del «Testamento» di Engels e che dimostra indirettamente le falsificazioni dell’articolo pubblicato un paio di giorni fa dal manifesto (articolo che riportiamo in coda, per chi non lo avesse letto).

 

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Il «testamento» falsificato di Engels

La leggenda più amata dagli opportunisti

 

di Francesco Ricci

 

Quella che stiamo per raccontare è la storia vera e poco conosciuta di un testo che è stato fondamentale nella storia del movimento operaio. Si tratta della Introduzione di Engels al libro Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 di Marx. È una storia che sembrerebbe inventata dalla fantasia di Edgar Allan Poe: lettere scomparse, un testamento falsificato, inganni ed equivoci, infine la soluzione del caso, affidata in questo caso non a monsieur Dupin ma a David Riazanov e ad altri storici che hanno finalmente svelato il mistero.
Il testo di Engels di cui stiamo parlando è del 1895: sono passati dunque oltre 120 anni dalla sua pubblicazione, eppure la stragrande maggioranza dei libri e degli articoli sulla storia del marxismo continua a offrirne una versione alterata. Migliaia di libri, migliaia di articoli continuano a raccontare una storia inventata di questo testo. È ormai una leggenda.
Eppure è importante conoscere la vera storia di questa Introduzione perché la leggenda è servita e serve da oltre un secolo a tutti gli opportunisti per giustificare il loro opportunismo, per coprire con l'autorità di Engels la loro rinuncia (esplicita o implicita) alla prospettiva rivoluzionaria di conquista del potere da parte della classe operaia, l'abbandono del programma fondamentale del marxismo: il dominio (o dittatura) del proletariato come fase transitoria in direzione di una società senza classi e quindi liberata dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

 

Bernstein, il primo falsario

È curioso il fatto che il primo a falsificare la storia dell'Introduzione sia stato Eduard Bernstein, cioè colui che da Engels era stato scelto come proprio esecutore testamentario.
Bernstein, impiegato di banca con confuse idee più liberali che socialiste, aveva aderito nel 1871 agli «eisenachiani», cioè il partito socialdemocratico diretto da August Bebel e Wilhelm Liebknecht (padre del Karl che fu ucciso nel 1919 insieme con Rosa Luxemburg da un governo «delle sinistre» che cercavano di rovesciare). Gli «eisenachiani» erano l'ala socialista più vicina alle posizioni di Marx ed Engels, che nel 1875, col Congresso di Gotha, si fuse con l'ala influenzata da Lassalle.
Come la gran parte dei dirigenti «eisenachiani», Bernstein aveva una conoscenza superficiale del marxismo e anche per questo il partito fondato a Gotha era nato sulla base di un programma a cui Marx aveva dedicato un'aspra critica per le troppe concessioni al lassallismo (1). La formazione marxista del gruppo dirigente tedesco fu tardiva e basata essenzialmente sulla lettura del solo Anti-Duhring di Engels (1878).
Nel 1881 Bernstein assunse la direzione di Der Sozialdemokrat a Zurigo e con i suoi articoli su questo giornale conquistò la fiducia di Engels, divenendone in breve, insieme con Karl Kautsky (di cui fu amico e maestro), il principale collaboratore. Engels si fidava talmente di Bernstein che lo nominò suo esecutore testamentario. La coppia Kautsky-Bernstein, avvalendosi anche della stima di cui godevano presso Engels, divenne così, alla morte del compagno di Marx, il punto di riferimento teorico per tutta la socialdemocrazia organizzata nella Seconda Internazionale.
Ma nel 1896, cioè un anno dopo la morte di Engels, Bernstein inizia a pubblicare su Die Neue Zeit (principale rivista teorica del partito tedesco) una serie di articoli in cui, in modo via via più deciso, pone in discussione i fondamenti del marxismo di Marx ed Engels. Questi articoli, letti con crescente disappunto da Kautsky (direttore della rivista) vengono infine sistematizzati e pubblicati in un libro intitolato I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia (1899) che fa scalpore nell'Internazionale (2).
La tesi di fondo del libro è chiara: bisogna revisionare il marxismo, rigettandone la parte «invecchiata» e quelli che Bernstein definisce «gli schemi della dialettica», e sostituire alla prospettiva del rovesciamento rivoluzionario della società (teorizzata in tutta l'opera e la vita di Marx ed Engels) la democratizzazione graduale della società, per via parlamentare.
Nel giro di pochi anni, quello che era stato il principale collaboratore di Engels si trasformò nel principale teorico di un «socialismo liberale». Le sue teorie inizialmente non incontrarono un seguito esplicito nel partito, anche grazie alla totale sconfessione che ne fece Kautsky (3).
Kautsky si convinse a un certo punto che Bernstein fosse «irrecuperabile per il marxismo» (così scrisse in varie lettere ad altri dirigenti), ma temeva che una immediata e netta rottura avrebbe potuto consolidare attorno alle posizioni di Bernstein l'area revisionista che stava crescendo all'ombra del gruppo parlamentare sempre più numeroso e di una pratica sindacale sempre più moderata.
Il Congresso di Dresda della Spd, nel 1903, condannò a larga maggioranza le posizioni revisioniste e in quell'occasione August Bebel pronunciò una dura requisitoria contro Bernstein. Ma le posizioni revisioniste, sconfitte sul piano teorico, si facevano strada in ampi settori della Spd: nella Germania meridionale, ad esempio, il partito votava con regolarità a favore dei bilanci dei governi borghesi; nei sindacati diretti dalla Spd le posizioni riformiste dominavano l'attività quotidiana. E fu lo stesso Bebel, nel 1907, ad aprire la porta al concetto di «difesa nazionale» che porterà sette anni dopo, nel 1914, al crollo della Seconda Internazionale, con il voto dei «crediti di guerra» e dunque il sostegno della maggioranza dei partiti socialdemocratici ai «propri» governi impegnati nel macello della prima guerra mondiale. Ma torneremo più avanti sulla parabola della socialdemocrazia tedesca: per adesso soffermiamoci sulla famosa Introduzione e sull'uso che ne fece Bernstein.
La tesi espressa dal citato libro di Bernstein è questa: negli anni Quaranta e Cinquanta Marx ed Engels sarebbero stati ancora fortemente influenzati da posizioni «blanquiste» (vedremo poi il significato di questo termine), cioè vedevano la rivoluzione come un colpo di mano di una minoranza; con l'esperienza si erano poi allontanati da questa concezione, imboccando la via parlamentare al socialismo che, a suo dire, Engels avrebbe teorizzato (anche se in forma incompiuta) nella Introduzione di cui stiamo parlando. La socialdemocrazia secondo Bernstein avrebbe dovuto proseguire sulla strada indicata dal maestro poco prima di morire.

 

L'equivoco di Rosa Luxemburg

Di fronte a un Bernstein che brandiva l'Introduzione come una sciabola con cui fare a pezzi il marxismo, i marxisti difesero la teoria e la prassi di Marx ed Engels: pur trovandosi in imbarazzo di fronte a quel testo che obiettivamente risultava in contraddizione con la loro strategia.
Nel suo anti-Bernstein del 1899, il celebre Riforma sociale o rivoluzione?, Rosa Luxemburg parla di…

 

Contina a leggere l’articolo qui:

www.alternativacomunista.it/politica/nazionale/1820-2020-a-duecento-anni-dalla-nascita-engels-il-generale-della-rivoluzione

 

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Riportiamo qui l’articolo, pubblicato da Il manifesto, che critichiamo.

 

Autocritica di Engels, l’amico geniale

 

di Stefano Petrucciani

 

Uno dei più importanti contributi di Engels allo sviluppo della teoria politica socialista è l’Introduzione che egli scrisse nel 1895 all’edizione dei testi marxiani sulle Lotte di classe in Francia. Lo scritto di Engels, che divenne il suo testamento politico (egli infatti morì in quello stesso anno, mentre Marx era mancato nel 1883) è stato considerato da molti come il testo inaugurale del «revisionismo» di fine secolo e della socialdemocrazia novecentesca. Ma le cose stanno davvero così? Per fare un po’ di chiarezza sulla questione conviene innanzitutto dare uno sguardo al contesto.
Quando Engels concepisce la sua Introduzione il governo tedesco sta cercando di far approvare una nuova ondata di leggi antisocialiste (come quelle che erano state in vigore fino al 1890). In questo contesto politicamente delicato, dove i socialisti rischiano di finire di nuovo fuori legge, Engels si accinge a rileggere i vecchi testi di Marx e a tracciare, con l’occasione, il bilancio politico di mezzo secolo di lotte. Tornando con il pensiero al Manifesto e al 1848, non risparmia le considerazioni autocritiche.
«La storia – scrive senza mezzi termini – ha dato torto a noi» e a quelli che la pensavano come noi. La rivoluzione che allora credevamo imminente non è arrivata. Ma questo sarebbe il meno. La questione più seria è che la rivoluzione sociale non può più essere vista come la si vedeva nel 1848, cioè come la battaglia di una minoranza decisa, la lotta sulle barricate, la conquista del potere attraverso un colpo di mano.
Il tempo delle barricate è finito e la strategia, per Engels, è tutta da ripensare. La socialdemocrazia in Germania è diventata ormai un partito di massa, che raccoglie consensi crescenti nelle competizioni elettorali, e che deve darsi perciò una prospettiva adeguata. Deve puntare innanzitutto su un sapiente utilizzo del suffragio universale, ma anche (questo è un aspetto fondamentale per lo sviluppo della socialdemocrazia) sulla conquista di tutti gli spazi possibili nelle istituzioni statali e locali (quasi che Engels anticipi l’idea, che sarebbe stata lanciata molto più tardi, di una «lunga marcia attraverso le istituzioni»).
Il partito inoltre, e questo è un altro punto decisivo, non deve essere più un partito soltanto operaio: si deve aprire ai ceti medi, alla piccola borghesia, ai contadini. Non solo, in Engels è chiara anche la consapevolezza che un partito di massa (ben diverso dai ristretti gruppi cospirativi che operavano alla metà dell’Ottocento), deve saper ospitare dentro di sé il confronto pluralista tra posizioni diverse. Mettendo in guardia da un utilizzo disinvolto del metodo delle espulsioni, Engels scrive da buon democratico: «Il maggior partito del paese non potrà sopravvivere se non darà a ogni tendenza la possibilità di una piena affermazione».
Non c’è dubbio comunque che uno dei messaggi più forti del testo sia una fiduciosa apologia della battaglia condotta con tutti gli strumenti legali, insieme all’ammonizione a non lasciarsi trascinare sul terreno dello scontro aperto, che darebbe al potere l’opportunità di reprimere il movimento e di ricacciarlo indietro.
Tuttavia, proprio perché viene stampato in una fase politicamente molto delicata, il testo di Engels ha una vicenda piuttosto tormentata. La direzione del Partito gli chiede di sopprimere i passaggi più «rivoluzionari» dello scritto, per esempio quello dove Engels diceva che, se il governo fosse sceso sul terreno della illegalità, i lavoratori non si sarebbero tirati indietro, e lo avrebbero combattuto con ogni mezzo.
La soppressione di questi passaggi un po’ più arditi, comunque, fu contrattata con Engels ed ebbe il suo consenso. Ciò che invece lo fece arrabbiare fu un editoriale pubblicato da Liebknecht sul giornale del partito che, citando selettivamente alcuni brani del suo testo, lo faceva apparire come «un pacifico fautore della legalità» ad ogni costo, cosa che il rivoluzionario Engels non era e non voleva essere. Fatto sta comunque che il testo engelsiano fu letto da tutti nella sua versione «purgata» (quella integrale fu pubblicata in Urss solo nel 1924) e dette luogo a un acceso conflitto delle interpretazioni. Bernstein vide in esso l’innesco del suo proprio percorso revisionistico, gli dedicò lodi sperticate («Non si apprezzerà mai abbastanza il merito che egli si è acquistato nei confronti del movimento socialista con questo scritto») e arrivò persino a sostenere la tesi (molto poco plausibile) che l’intento di Engels fosse quello di una revisione ancora più profonda rispetto a quella che nel testo era esplicitamente contenuta.
Vent’anni più tardi, nel pieno della rivoluzione tedesca del 1919, Rosa Luxemburg bollerà invece il testo di Engels come la più classica espressione della erronea concezione politica della socialdemocrazia tedesca, quella che l’avrebbe portata al fallimento. La colpa però, secondo Rosa, non era proprio di Engels, che restava un venerato maestro, ma della dirigenza moderata socialdemocratica che egli con quel testo aveva voluto in qualche modo assecondare.
Forse l’interprete meno tendenzioso era stato Kautsky il quale, dieci anni prima, nel 1909, in polemica con Bernstein, aveva ricordato che Engels tutto voleva, tranne che rinunciare all’idea di rivoluzione.
Ma l’interesse del testo di Engels va oltre la disputa tra riformisti e rivoluzionari. Il punto veramente importante è che esso tentava di avviare un ripensamento in profondità del concetto di rivoluzione, all’altezza del nuovo secolo che stava per cominciare. Un ripensamento non privo di qualche affinità con quello che, decenni dopo, e con un diverso bagaglio di esperienze, sarebbe stato sperimentato anche da Gramsci (in particolare con l’idea della «guerra di posizione» contrapposta alla «guerra di movimento»).
In questo stava sicuramente il valore dell’ultimo Engels. La sua riflessione aveva però il limite di affidarsi a una concezione ancora troppo evoluzionista e, per così dire, «incrementalista» del processo storico, secondo la quale il problema fondamentale era quello di accompagnare, senza interromperlo cadendo in provocazioni, il processo sicuro e costante di crescita dei consensi per il socialismo. Su questa strada, la vittoria sarebbe arrivata quasi da sé.
Ci sarebbe voluto un Walter Benjamin, quasi mezzo secolo dopo, per mostrare quanto fosse illusoria questa idea di una inarrestabile marcia in avanti sospinta dalla corrente della storia.

 

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